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Troppo spesso le persone ammalate rischiano di diventare solo numeri all’interno di sterili grafici e locuzioni forbite e/o comportamenti avulsi da qualsiasi riferimento alla personalità e alla propria unica e insostituibile umanità. In questi casi, il problema è dato proprio dalla mancanza di una giusta relazione fra operatori e pazienti.
Il vissuto professionale, in campo oncologico e non solo, mi ha portato ad effettuare incontri (colloqui, gruppi, affiancamento ai medici, accoglienza, ecc.) con le persone ammalate e i loro familiari, per quanto concerne tutto il percorso di diagnosi e cura.
Nei 10 anni di lavoro con i pazienti oncologici, ma anche con persone affette da altre patologie e anziani istituzionalizzati, mi capitava spesso di pensare di non sapere abbastanza, anzi avevo proprio l’impressione che più apprendevo e più coglievo nuovi aspetti; da qui l’esigenza maggiore di conoscere nuove modalità per migliorare sempre più la mia professionalità.
In altri casi, però, quando una paziente mi veniva a chiamare per rendermi partecipe di un esame clinico andato bene o quando mi incontrava per caso, fra i meandri dell’ospedale, e mi abbracciava con gioia chiamandomi per nome, ecco che allora mi rendevo conto che potevo studiare anche mille tecniche, tutte basilari e importantissime, ma che era la relazione l’aspetto principale.
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L’IMPORTANZA DELL’INCONTRO E DELL’ASCOLTO
Borgna, nel suo splendido libro “Noi siamo un colloquio” ci fa comprendere come il parlare di qualcosa renda possibile l’incontro e quindi l’ascolto, che è il presupposto del parlare insieme.
Con le persone gravemente ammalate più che mai questa situazione è una realtà. L’importante è sempre calibrare i giusti strumenti per la persona che ci troviamo davanti ed avere ben chiari i contesti in cui operiamo. Ovviamente con tutti i nostri limiti!
Parlare insieme significa riconoscere al paziente la sua parte di persona sana, significa livellare la relazione. Nell’incontro fra due persone, in cui una ha bisogno delle cure da parte dell’altra, la relazione rende entrambi attivi.
IL METODO SOCRATICO NELLA RELAZIONE COL PAZIENTE
I miei maggiori insegnamenti di base li ho colti da un filosofo e da un pedagogista. Socrate mi ha insegnato che per poter arrivare alla conoscenza devo capire e accettare di non sapere la realtà di quel fenomeno.
Sapere di non sapere è l’unico punto di partenza se si vuole comprendere la persona che abbiamo davanti, invece di rischiare di lavorare su supposte verità.
Il pensiero di questo filosofo mi ha anche fatto capire che, proprio per questo, la modalità migliore non consiste nel cercare delle risposte, nel valutare subito le possibili ipotesi, ma nel riuscire a porre e a porsi delle giuste domande.
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Spesso il problema dell’operatore è proprio quello di saltare subito a facili conclusioni, cercare al più presto la risposta per poter agire in modo pratico e veloce. Purtroppo, quando si lavora con le persone non sempre questa modalità è di aiuto, alcune volte ci fa interpretare in modo scorretto la situazione facendoci sbagliare il tipo di intervento.
Cercare di approfondire meglio quella circostanza partendo da una mente libera e aperta, evitando quindi pregiudizi e convinzioni già confezionate, spesso ci aiuta a evitare errori e perdite di tempo.
IL METODO FROEBELIANO NELLA RELAZIONE COL PAZIENTE
Froebel mi ha fornito il concetto del prendersi cura dell’altro attraverso i suoi kinder Garten (Giardini d’infanzia).
Il metodo froebeliano consiste nel focalizzare il bambino come fosse una piantina che ha bisogno di essere accudita e protetta dalle intemperie, ma che, allo stesso tempo, deve essere lasciata crescere da sola, per sviluppare appieno le proprie risorse.
È importante capire quali siano i bisogni della piantina per poterla far crescere nel migliore dei modi.
In base a questo metodo, bisogna implicitamente imparare a non pensare per la piantina, ma ad “essere” quella piantina: oggi la chiamiamo empatia.
Se io mi rapporto verso il paziente pensando a come lui, col suo carattere, con la sua età, con la sua mentalità, con i suoi “acciacchi” vive quella situazione, avrò informazioni molto diverse rispetto al valutare la stessa situazione in base ai miei pensieri o a informazioni puramente teoriche.
Anche il vissuto esperienziale può essere portatore di fraintendimenti.
Non tutte le persone sono uguali e lavorare sulla relazione basandosi soltanto sull’esperienza può essere ingannevole e rendere maggiormente difficile la comprensione dei bisogni dell’altro.
Di fatto, le persone che si basano prettamente sull’esperienza, tendono involontariamente a interpretare la realtà in base agli stereotipi che si sono costruite nel tempo.
L’esperienza a volte ci inganna perché ci fa creare dei modelli di comportamento per i quali quella persona, se parla o si comporta in un dato modo, viene inquadrata assieme alle altre che reputiamo simili; a questo punto, le nostre risposte relazionali poggeranno su informazioni precostituite che andremo a cercare di confermare più che di trovare.
A volte, in base a certi atteggiamenti tipici, riusciamo davvero a comprendere la persona e a capire come rapportarci con lei, ma altre volte no. Per questo motivo, sarebbe meglio lavorare più sull’empatia che su stereotipi comportamentali.
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LAVORARE SULLA RELAZIONE
Lavorare con persone ammalate di cancro o con altre patologie organiche gravi significa lavorare soprattutto sulla relazione.
Per una persona fisicamente e psicologicamente provata, che convive giornalmente con le angosce di sofferenza e di morte e con una tempesta emotiva, dovuta in alcuni casi anche ai farmaci, pure una frase detta con freddezza può risultare dolorosa e umiliante.
Inoltre, molti studi hanno evidenziato come la relazione sia una parte della cura.
Un paziente che si sente ascoltato, considerato e riconosciuto nella sua dignità di persona:
- Aderirà in modo maggiore alle terapie farmacologiche.
- Sarà meno teso e arrabbiato e quindi più facilmente trattabile dal punto di vista colloquiale e dei trattamenti fisici (igiene, terapie, medicazioni).
- Sarà meno stressato.
- Faciliterà il lavoro mansionale degli operatori rendendo più veloce e efficace il loro intervento.
- Si fiderà maggiormente degli operatori.
Bibliografia
BORGNA E. “Noi siamo un colloquio” Feltrinelli editore 2000 BUCCI S. Educazione dell’infanzia e pedagogia scientifica. Da Froebel a Montessori Bulzoni Editore 1990PEDRINELLI CARRARA L. E-BOOK La conoscenza e la gestione delle emozioni del paziente del caregiver famigliare e dell’operatore Edito da Streetlib 2016
PEDRINELLI CARRARA L Attività di animazione con gli anziani Stimolare le abilità cognitive e socio-relazionali nella terza età Ed. Erickson collanaI Materiali 2013
PEDRINELLI CARRARA L Una mente attiva. Precorsi di stimolazione cognitiva per la terza età Ed. Erickson collanaI Materiali 2015
PEDRINELLI CARRARA L Allenamento cognitivo a circuito. Training per il potenziamento delle abilità cognitive in adulti e anziani. Ed. Erickson collana i Materiali 2018
PEDRINELLI CARRARA L. libro Quattro passi per volersi bene: tecniche per migliorare il proprio benessere psicologico Edito da Streetlib2015
PLATONE (a cura di Schoepflin M.) Apologia di Socrate Armando Editore 1997

