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Il caregiver famigliare e il senso di colpa (con audio dell’articolo)

il caregiver famigliare e il senso di colpa

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Accudire un proprio caro ammalato per lungo tempo comporta una serie di ripercussioni psicologiche ed emotive rilevanti. Il motivo è dato dal legame affettivo presente fra paziente e caregiver famigliare (che sia sereno o conflittuale) e dal senso di responsabilità maggiore che comporta tale assistenza.

Se mi sbaglio a somministrare un farmaco ad un paziente estraneo, molto probabilmente nutrirò dei sensi di colpa per il senso di responsabilità personale e professionale, ma non saranno mai così elevati come nel caso in cui quel paziente sia un mio famigliare. Famigliare che sto accudendo e di cui sono il principale responsabile non solo a livello morale, ma anche e soprattutto affettivo.

Inoltre, il caregiver famigliare si trova spesso a dover fare delle scelte su materie che non conosce (medicina, farmacologia, chirurgia, ecc.), certamente aiutato dai medici, ma dove la decisione finale è spesso la sua o comunque la sua opinione sarà particolarmente influenzante per il paziente.

In alcuni casi, deve scegliere se istituzionalizzare il proprio caro, cioè se farlo ricoverare in una reparto a lunga degenza o in una struttura specifica.

La stessa relazione col congiunto ammalato lo porta sovente a momenti di tensione per la paura, la rabbia, il dolore, l’ansia provati in base ai risultati degli esami clinici o alla risposta alle cure del paziente.

In molti casi, il caregiver famigliare è solo, solo perché non ci sono parenti di riferimento o solo perché i parenti ci sono ma non possono fornire un riferimento perché lavorano, perché abitano lontani, perché hanno la loro famiglia e il lavoro che li occupa tutto il tempo.

Non è raro che il caregiver famigliare sia egli stesso ammalato o con delle invalidità e quindi accudire il proprio caro comporta costi fisici ed emotivi ancora più rilevanti.

La stessa assistenza è, nella maggior parte dei casi, continua nelle ore, nei giorni, nei mesi, negli anni comportando un carico fisico e psicologico altamente provante chiamato Burden.

Ma perché il caregiver famigliare può provare sensi di colpa?

Esistono svariati motivi per cui un caregiver famigliare può provare sensi di colpa. Molto dipende dal suo carattere, da come sta vivendo l’assistenza al caro ammalato e da quanto il suo apporto sia obiettivamente, o a suo giudizio, rilevante o meno.

Alcuni sensi di colpa che il caregiver famigliare può provare

  • Senso di colpa perché si arrabbia col paziente e a volte gli risponde male.
  • Senso di colpa nell’accettare l’aiuto di qualcuno, perché pensa che essendo un proprio caro dovrebbe accudirlo lui/lei o perché sa che il paziente non vuole nessun altro oltre a lui/lei
  • Senso di colpa se dedica del tempo a se stesso, anche se quel tempo è utilizzato per andare dal dentista o comunque per un impegno importante.
  • Senso di colpa per aver ricoverato il proprio caro in una struttura a lunga degenza.
  • Senso di colpa per problemi verificatisi in passato con il proprio parente e che ora pensa che poteva evitare, viste le sofferenze che il congiunto sta provando per altri motivi.
  • Senso di colpa per aver desiderato, anche solo per un minuto, che il proprio caro morisse, perché lo vede soffrire, perché lo vede perdere la propria dignità in un tipo di vita che non avrebbe mai voluto, perché il caregiver non ha più energie per andare avanti.
  • Senso di colpa per essersi confidato con un operatore o con altra persona, per la pena di trasmettere le proprie sofferenze a qualcun altro.
  • Senso di colpa perché non riesce ad aiutare il proprio caro come vorrebbe. Generalmente, il caregiver famigliare attiva fantasie salvifiche e il peggioramento del paziente, anche se inevitabile,  corrisponde a suo avviso alla propria incapacità di aiutarlo in modo produttivo.

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Laura Pedrinelli Carrara

Laura Pedrinelli Carrara

Psicologa e psicoterapeuta con oltre vent’anni di esperienza. Aiuta le persone a ritrovare equilibrio e serenità interiore, affrontando ansia, rabbia, fobie e difficoltà relazionali con un approccio empatico e mirato. Specializzata anche in tecniche di ipnosi, accompagna chi desidera superare blocchi emotivi, migliorare l'autostima e riscoprire sé stesso.