Quando una persona, per motivi differenti, deve emigrare andando a vivere in un altro Paese, spesso culturalmente molto diverso dal proprio, ci sono vari fattori che influenzano il modo col quale l’individuo riuscirà più o meno ad integrarsi.
A livello pratico le motivazioni sono di tipo: economico, sociale, religioso, politico, sentimentale, riguardante il lavoro el’istruzione.
A livello psicologico, per la modalità con la quale il soggetto si integrerà nella cultura ospitante, sono molto importanti gli aspetti collegati alla motivazione all’immigrazione:
- Se per esempio c’è un bisogno di realizzazione personale, come per la persona che ama andare a vivere all’estero, oppure c’è un bisogno economico o politico.
- La personalità del soggetto più introversa e chiusa o maggiormente aperta all’altro.
- Il vivere con i propri famigliari oppure averli lasciati al paese di origine.
- Il trovare subito una comunità propria nel territorio oppure no.
- La storia personale del soggetto, con le proprie esperienze di vita facili o difficili.
- Il modo col quale l’immigrato si sente accolto e il tipo di organizzazione del paese che lo accoglie.
Tutti questi fattori, insieme ad altri ovviamente, hanno hanno una influenza fondamentale.
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Le tipologie di adattamento alla cultura ospitante
Riguardo alla modalità con la quale le persone immigrate tendono a integrarsi o meno nel paese ospitante ci sono, principalmente, quattro tipologie di comportamento che si possono riscontrare:
- La resistenza culturale,
- l’assimilazione culturale,
- la marginalità culturale,
- la doppia etnicità.
1. La resistenza culturale
Alcune persone fanno fatica ad accettare la cultura ospitante, anche per motivi di attaccamento alla propria nazionalità che comporta tutto ciò che la persona è e si sente di essere: la propria storia, le proprie origini culturali e affettive. In questi casi è possibile che si inneschi un fenomeno chiamato resistenza culturale.
La resistenza culturale si sviluppa quando l’atteggiamento prevalente della persona immigrata è quello di continuare a fare riferimento soprattutto alla propria cultura e identità etnica, limitando i rapporti e i contatti con la comunità ospitante.
In questo caso non si assiste ad una piena integrazione della persona straniera e si sviluppano comunità chiuse in zone circoscritte nelle quali abitano soltanto o soprattutto persone di una stessa cultura, un esempio è Little Italy a New York o i quartieri cinesi a Milano e a Prato.
2. L’assimilazione culturale
Si parla invece di assimilazione culturale quando l’immigrato si integra pienamente nella società ospitante assimilandone, appunto, usi e costumi tanto da appropriarsi di quella nuova identità sentendosi pienamente “figlio” del paese di adozione e arrivando, in alcuni casi, a rifiutare persino la propria cultura d’origine.
A volte tale reazione è spontanea e nasce dall’esigenza di sentirsi parte del nuovo contesto, dallo svilupparsi del senso di appartenenza; in altri casi, lo sviluppo della nuova identità è il bisogno di mimetizzarsi e di integrarsi più velocemente evitando così le discriminazioni.
3. La marginalità culturale
Quando una persona sviluppa la marginalità culturale non sente un’appartenenza forte alla propria cultura di appartenenza e non assimila quella ospitante; vive al di fuori sia della cultura d’origine sia di quella di arrivo, non riuscendo neanche a sviluppare un vissuto identitario alternativo.
Si possono distinguere due tipi di marginalità: la marginalità da frustrazione e la marginalità da passaggio.
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a. La marginalità da frustrazione
Questo tipo di marginalità si sviluppa quando l’immigrato non riesce ad inserirsi nella nuova società e quindi ne rimane frustrato. I motivi possono essere vari, influenzati dall’età, dal contesto culturale di appartenenza, dai motivi per i quali la persona è immigrata, dalle aspettative accumulate, dal tipo di supporto familiare, dall’ambiente in cui si immettono, ecc.
b. La marginalità da passaggio
Riguarda il vissuto di marginalità che la persona può avere nella fase di passaggio alla nuova identità, proprio per il suo aspetto temporale va letto come un momento di elaborazione, di metabolizzazione del nuovo modo di essere e di vivere. In pratica, avviene una sorta di elaborazione del lutto della precedente identità durante la quale la persona rimane estraniata dal nuovo contesto di vita, per questo motivo non va vista come momento negativo o patologico.
In altre situazioni, la marginalità viene vissuta per la non volontà, il non interesse o rifiuto ad assimilare una cultura che è solo momentanea dato l’obiettivo di ritornare nella propria patria.
Ci sono immigrati che rimangono una vita con questo obiettivo senza mai integrarsi fino a che un giorno si accorgono di essere passati così tanti anni da rendere altamente complesso il loro rientro in patria, un esempio sono alcuni italiani emigrati per lavoro in Germania, i quali nonostante il tempo intercorso ancora non parlano bene il tedesco, non si sono integrati con il contesto ambientale e continuano a frequentare soltanto persone della stessa cultura di origine.
A volte, invece, lo straniero permane nella società ospitante soltanto il tempo di soddisfare le proprie aspettative, generalmente prettamente economico-lavorative o di studio, egli ha già una scadenza prefissata per il ritorno in patria e quindi non si sente motivato ad integrarsi.
4. La doppia etnicità
La doppia etnicità si sviluppa nel tempo nella persona immigrata quando si crea una nuova identità, partendo dal confronto e dall’integrazione dei diversi aspetti delle due culture, quella di appartenenza e quella ospitante.
La doppia etnicità è ritenuta, generalmente, la reazione migliore nell’integrazione, perché permette un maggiore equilibrio, capacità critica, obiettività e sensibilità, oltre a far evitare o a limitare il fenomeno della marginalità.
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