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I meccanismi di difesa del paziente oncologico o con patologia organica grave

A livello psichico la persona, quando si trova in situazioni che possono comportare un vissuto di disagio o sofferenza elevato, si attiva attraverso dei meccanismi che sono alcuni consapevoli, totalmente o in parte, e alcuni inconsci. Questi meccanismi psichici aiutano la persona ammalata, in questo caso, ad affrontare la situazione limitando il più possibile il contatto con emozioni spiacevoli per l’individuo. L’utilizzo di questi espedienti è importante perché di supporto nel percorso terapeutico e/o chirurgico, il limite di tale attivazione è data dalla persistenza e/o dall’utilizzo elevato che ne può inconsapevolmente venir fatto e che blocca la normale e spontanea elaborazione nel soggetto di un evento doloroso. Ma spieghiamo meglio quali e che cosa sono i meccanismi di difesa.

Alcuni MECCANISMI DI DIFESA sono:

a) LA REGRESSIONE

Generalmente, le vicissitudini fisiche di una malattia comportano il recupero di esperienze infantili: in pratica, si attivano nel paziente processi di regressione che comportano bisogni neonatali.

Tali bisogni riguardano:
1La necessità della presenza di qualcuno che stia con la persona ammalata

La semplice presenza basta a stabilire un contatto col paziente, è molto importante il modo col quale ci si relaziona.

2. La necessità di accudimento fatto di contatto

Altro bisogno neonatale è quello del contatto (della mano, della fronte, dei capelli). E’ basilare dare al paziente, oltre alle parole, quel contatto importante per farlo sentire maggiormente in relazione (salvo casi specifici che riguardano persone che non sono state abituate all’affettività fatta di contatto oppure non provano piacere nel contatto con l’altro).

3. La necessità di qualcuno che parli con lui

Nel parlare col paziente non è importante la parola usata, ma il tono della voce attraverso il quale comunichiamo le nostre attenzioni, cioè “l’affetto”. Non è importante ciò che si dice, ma il tono che si usa per tranquillizzarlo e renderlo sereno.

b) LA FORMAZIONE REATTIVA

Attraverso questo meccanismo di difesa il soggetto manifesta un comportamento opposto rispetto quanto sta vivendo psicologicamente. Per esempio, succede che il paziente si mostri sorridente in situazioni gravose, oppure freddo e distaccato in momenti in cui altri pazienti crollano emotivamente.

A volte, alcune persone raccontano della propria malattia o di interventi chirurgici estremamente complessi come se parlassero di un avvenimento qualsiasi oppure sorridendo. Un familiare può mostrarsi assolutamente sereno, ma poi non staccarsi mai del proprio parente ammalato, cercando continuamente di far qualcosa.

Un operatore può scherzare su alcuni eventi tragici avvenuti guarda caso proprio a quel paziente col quale aveva una maggior o minor relazione. E’ importante rendersi conto che certi atteggiamenti possono rivelare l’opposto, a volte la persona può ridere di una situazione gravosa per la difficoltà a contattare determinate emozioni negative; egli riesce a parlare di un avvenimento tanto traumatizzante solo cambiandone l’impatto emotivo. Proprio per questo è sempre importante evitare di giudicare la persona che ci sta di fronte, ammalato o familiare o operatore, ma ascoltare le sue parole e accogliere i suoi vissuti.

c) LA NEGAZIONE O IL RIFIUTO

Nel meccanismo di negazione l’individuo nega la realtà, ciò può riguardare una fase del dolore o essere, come in questo caso, un vera e propria modalità di difesa, come, per esempio, la persona ammalata che afferma di non preoccuparsi per la sua malattia.

Ciò non significa che l’individuo stia mentendo, ma che con molta probabilità in quel momento sta attuando delle difese che lo aiutano a non contattare pienamente l’entità della sua malattia e quindi ad affrontare in modo migliore per lui, rispetto alle risorse che ha attualmente, quell’evento. Come accennato prima, il meccanismo di difesa ci è utile fino a quando non ci danneggia, il prolungarsi della fase di negazione oppure il rifiutare determinate cure per sottovalutare il problema ci fa comprendere come, a quel punto, tale difesa divenga un ostacolo per cui è importante richiedere una consulenza psicologica.

d) LA RAZIONALIZZAZIONE

Attraverso questo meccanismo, la persona opera una serie di ragionamenti, convogliando il suo pensiero in modo da giustificare i suoi comportamenti e le sue convinzioni. Mediante tale processo, il soggetto allontana le ripercussioni emotive e alimenta una serie di pensieri atti a diminuire il vissuto di disagio e a farlo stare meglio con se stesso e con gli altri.

Un esempio può essere il paziente che valuta l’iter delle cure in base agli impegni e al modo di poter meglio gestire la situazione non tenendo conto di ciò che prova. L’aiuto che ci dà questa difesa è il limitare la ripercussione emotiva, il limite è quello di concentrarci troppo sul ragionamento e quindi distaccarci dalla realtà, mediante una serie di pensieri logici ma non tutti probabili; la troppa razionalizzazione può portarci a non contattare ciò che stiamo realmente provando e quindi ad agire in maniera diversa da quanto vorremmo.

e) LA CHIUSURA IN SÉ

In questo caso, la persona si ritira in se stessa, evita il più possibile di incontrare e di confrontarsi con altre persone. Non tende a parlare delle proprie problematiche anche se le vive in modo profondo e ampiamente disagevole. Spesso il soggetto diventa scontroso e poco incline ad adattarsi alle nuove situazioni, egli cerca di risolvere da solo le sue difficoltà senza, o limitandosi notevolmente, confidarsi e/o affidarsi ad altre persone anche se molto care.

f) IL DISTACCO EMOTIVO

Il trauma psicologico, che comporta un’esperienza così totalizzante come quella di una patologia grave, può portare il paziente a limitare notevolmente il suo coinvolgimento emotivo in tutte le sue esperienze quotidiane (sia che concernono la terapia che la sua vita affettiva e sociale).

E’ una sorta di anestesia emotiva che permette al soggetto di poter superare determinati avvenimenti come interventi chirurgici o terapie forti e invasive che, se contattasse in modo maggiore le proprie emozioni non riuscirebbe a tollerare. Come tutte le difese, essa si innesca automaticamente e spesso non è pienamente concepita dal paziente.

Come per gli altri meccanismi di difesa è importante che il paziente possa poi recuperare, in un momento meno acuto, il suo contatto emotivo per poter esprimere a se stesso le proprie emozioni e per poter esternare i vissuti repressi precedentemente.

Chi fosse interessato può approfondire nell’EBOOK  La conoscenza e la gestione delle emozioni del paziente del caregiver famigliare e dell’operatore edito da Streetlib 2016. Il link va direttamente nella pagina di approfondimento del libro.

Dott.ssa LAURA PEDRINELLI CARRARA
Psicologa, Psicoterapeuta
Studio in Via Marche, 71 a Senigallia
Cell. 347/9471337
www.laurapedrinellicarrara.it

 

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