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La solitudine di sè

A. Quando il sé si fonde col proprio ruolo lavorativo

Esistono situazioni in cui, negli anni, ci siamo creati una immagine della nostra persona sempre meno legata allo scambio emotivo con se stessi e con l’altro e forse, più incentrata a fondere il sé con la propria immagine lavorativa.

Alcune persone focalizzano la propria attenzione e i propri scopi sul lato produttivo della vita che, probabilmente in modo meno consapevole, è divenuto il proprio spazio totalizzante e compensatorio.

Succede così che traiamo piacere dalle conquiste lavorative, dal sentirci impegnati, dal sentirci utili tanto da diventare nel lavoro quasi insostituibili. Accentriamo tutti gli aspetti lavorativi sulla nostra persona perché, a nostro dire, solo noi sappiamo far bene quella cosa, solo noi possiamo o vogliamo farla, solo noi riusciamo ad avere maggior profitto.

In molti casi siamo anche pieni di impegni extra lavorativi, operiamo in associazioni benefiche o sportive, facciamo parte di circoli o abbiamo ruoli di responsabilità in un club importante. Ciò fa sì che ci sentiamo sempre occupati e socialmente accettati e integrati, ma non ci rendiamo conto che i nostri dialoghi sono ricchi di informazioni sul nostro lavoro e sui nostri vari impegni e vuoti o carenti di contenuti affettivi.

La persona che sta con noi, se non è uguale a noi, può accorgersene, a volte ce lo dice, a volte poi chissà com’è ma non riusciamo a trovarci in sintonia nel parlare con lei, oppure è essa stessa che si defila cautamente.

In effetti la nostra solitudine emotiva è talmente lampante che solo noi non ce ne accorgiamo, accade però che in alcuni momenti notiamo il sorriso di quel collega, amico o conoscente che è colmo di felicità e di serenità e che invece di venire con noi per l’ennesimo aperitivo in cui si parla di lavoro preferisce stare con i propri amici o con la propria moglie.

Ci sono attimi in cui possiamo contattare la solitudine che stiamo vivendo e il vuoto che le appartiene e magari provare a condurre noi gli eventi più che a farci condurre dai soliti impegni improrogabili e a cui non possiamo assolutamente mancare, eventi che ci allontanano dagli altri e da noi stessi.

Sia chiaro, non sono gli obblighi lavorativi o di altro genere che ci rendono soli, ma siamo noi che probabilmente li cerchiamo per riempire quel vuoto che altrimenti contatteremmo se non fossimo iper impegnati. Vuoto che in realtà non esiste, ma che riguarda un insieme di emozioni e di riflessioni che temiamo perché non ci conosciamo poi così bene in realtà, perché non ci diamo modo di contattarci.

B. Quando il sé si fonde col proprio ruolo famigliare

Esiste anche un altro tipo di solitudine di sé ed è quella nella quale la persona cerca di essere sempre vitale e al centro del suo ambiente di vita e affettivo. La brava figlia, la perfetta madre, la buona moglie e così il bravo figlio, il padre ideale e il marito adorabile ed efficiente non sono solo che alcuni modi di interpretare e condurre la propria vita, modalità che permettono al soggetto di sentirsi realizzato ed amato e soprattutto utile per gli altri intorno a lui. Qualcuno potrà obiettare e chiedere: ma allora perché queste persone dovrebbero sentirsi sole? Che ricercare di più?

Il fatto è che quando ci infiliamo dentro ad un vestito già confezionato e preparato per l’occasione da altri, non è detto che siamo così contenti nel portarlo!

Ciò che vorrei dire è che a volte, non ci rendiamo conto, ma talmente siamo bisognosi di affetto da pensare che l’altro ci ama solo se noi rispondiamo alle sue esigenze, solo se noi sappiamo essere utili e bravi. Quindi cerchiamo di dare tutto quello che possiamo arrivando addirittura a mettere la nostra vita da una parte, a non desiderare di costruire una propria famiglia o a farlo ma a metterla in secondo piano, pur di rispondere alle aspettative di chi abbiamo vicino. Ci sono casi in cui tendiamo a diventare insostituibili, siamo così abituati a fare noi tutto per gli altri che se ci capita di ammalarci o di dover chiedere noi, forzatamente, un aiuto ci stiamo troppo male e il disturbare o far soffrire l’altro è più insopportabile della malattia o della grande difficoltà che stiamo vivendo.

Poi, arriva un momento in cui, per motivi diversi, ci guardiamo intorno e ci ritroviamo soli. A volte possiamo far finta di non vedere questa solitudine, altre volte dobbiamo farci i conti. Di fatto, abbiamo creato relazioni basate sul nostro dare indiscriminato senza coltivare lo scambio e il confronto affettivo.

In realtà abbiamo sviluppato rapporti basati sul bisogno e in alcuni momenti ci sentiamo prigionieri dei nostri stessi propositi, amiamo tantissimo le persone a noi vicine ma vorremmo poter respirare qualche volta. Purtroppo siamo diventati “insostituibili” e quindi ci troviamo davanti ad una reazione circolare, ciò che più ci gratifica è anche ciò che ci incatena.

Ho messo la parola insostituibili fra virgolette perché sappiamo bene che nessuno è insostituibile e che a volte, il prendere dello spazio per noi stessi è la miglior cura che possiamo fare sia per noi che per gli altri. Più noi stiamo bene con noi stessi, e questo riguarda anche il riposo fisico e psicologico, più possiamo agire bene e quindi aiutare anche meglio gli altri.

C. La chiusura del sé

Esiste poi un’altra tipologia di solitudine di sé, quella forse più evidente, parlo della persona che vive sola, non nutre interessi ed evita scambi sociali continuativi e troppo stretti.

Solitamente si sente diverso dagli altri, più o meno portato per quella o quell’altra cosa, probabilmente contatta la propria difficoltà nell’essere compreso (vera o supposta) e il fatto di sentirsi notevolmente meglio quando è solo o con una o due persone. Non ha molte amicizie e quelle poche sono molto selezionate, probabilmente anche poco frequentate.

Vive la sua solitudine come qualcosa di inevitabile, per chi, come lui, è caratterialmente diverso. Non si crea problemi se evita tutte quelle situazioni che la maggior parte della gente ricerca, anzi, la cosa gli rimanda anche un certo senso di gratificazione perché così si sente diverso dalla massa.

Quando poi si trova a dover interagire con gli altri solitamente è impacciato oppure freddo, distaccato e il suo atteggiamento, di cui si rende conto, gli conferma il fatto di stare meglio da solo.

E’ una persona che difficilmente perde la testa in amore, ma può provare sentimenti molto profondi. Non è facile trovare un partner che accetti di condividere questo mondo di solitudine e quindi le storie tendono a non durare a lungo, può succedere però che incontri un’altra persona uguale a lui e quindi è probabile che si crei un rapporto esclusivo, che porti la coppia ad auto isolarsi maggiormente.

Perché ci si isola?

Non è possibile dare una risposta generale ad un comportamento tanto soggettivo e che nasce da stati psicologici che si sono creati nel tempo. E’ importante però che la persona possa accorgersi di questo atteggiamento per capire se realmente, oggettivamente, rappresenti il suo stato di vita ottimale.

Ho conosciuto persone che hanno vissuto in devota simbiosi con i loro genitori per gran parte della vita e quando sono rimasti orfani non riuscivano a ritrovare un senso al continuare a vivere, né sapevano come farlo dato che tutto il loro tempo era stato devoluto a soddisfare i bisogni dei loro genitori e a gratificarli. Solo quando hanno perduto i loro familiari più stretti si sono resi conto di essere soli e di desiderare una vita sociale e affettiva propria.

Allo stesso modo ho conosciuto manager che trattavano la loro vita affettiva alla stessa stregua di quella lavorativa, il primo incontro con una donna sembrava il primo colloquio di lavoro e non riuscivano più ad esprimere al meglio le loro emozioni.

Così anche per chi si autoesclude socialmente, vivendo in un mondo tutto proprio dove non deve confrontarsi con nessuno diverso da lui e si illude, in questo modo, di essere felice e stare bene, pur sapendo, dentro di sé, che non è vero.


P.S. Vedi anche gli altri articoli di questo sito sulla solitudine che trovi cliccando qui La solitudine
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