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Comunicare efficacemente in presenza di disabilità: 10 accorgimenti utili (con audio dell’articolo)

Comunicare efficacemente in presenza di disabilità: 10 accorgimenti utili (con audio dell'articolo)

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Comunicare con le persone sembra un atto scontato, invece si tratta di una attività molto complessa all’interno della quale entrano in gioco tante variabili, le principali sono:

  • Le conoscenze acquisite, che cosa l’altro sa e quindi può comprendere meglio o la padronanza di quel dato linguaggio.
  • Gli aspetti fisici, per esempio: se ci sono intoppi per far arrivare il messaggio come rumori, problemi acustici dell’ascoltatore, problemi di pronuncia di chi espone il messaggio o di velocità dell’eloquio che rende le parole incomprensibili a chi le ascolta.
  • Gli aspetti psicologici: attenzione, interesse, motivazione, stato dell’umore di chi ascolta e di chi parla e il loro modo di influenzare la modalità di parlare e le parole scelte.

Questi aspetti influenzano maggiormente la comunicazione laddove l’interlocutore possieda una disabilità.

Il fattore principale di difficoltà per la persona non è dato tanto dai limiti imposti dalla sua disabilità, che se non riguarda in modo stretto la capacità di parlare, di ascoltare o di capire e ragionare non produce nessun ostacolo alla mutua comprensione.
Inoltre, anche se ci fossero deficit riguardanti la vocalità, la vista o l’udito essi possono essere compensati tramite le modalità di Comunicazione Aumentativa e Alternativa.

La Comuncazione Aumentativa e Alternativa è un tipo di comunicazione che si avvale di gesti, segni o disegni per rendere comprensibile il messaggio.

Le difficoltà della persona senza disabilità

Il problema di base è spesso psicologico e tecnico.

Psicologico: riguarda la difficoltà della persona normodotata a rapportarsi con un interlocutore con disabilità poiché, in vari casi, ciò comporta un imbarazzo generale e una difficoltà ad essere spontanei. Di fatto, non c’è motivo per tale atteggiamento, ma se non si è già avuta una esperienza in merito può succedere di modificare la propria comunicazione pensando non di interagire con una “persona che ha una disabilità” ma di interloquire con “un disabile”.

La differenza è che se inquadro l’altro come una persona normale che ha un limite nel fare alcune cose il mio modo di pormi sarà assolutamente naturale, se invece osservo l’altro come una persona che, a mio avviso, incarna completamente il proprio deficit allora farò fatica a comprendere come meglio rapportarmi.

Può succedere anche che la persona normodotata crei un rapporto assolutamente paritario, tanto da non interessarsi della disabilità o da non vederla. Ciò può essere assolutamente corretto, ma lo è molto meno se produce un problema per l’altro. Per esempio, se il nostro interlocutore è cieco, è giusto parlare senza farsi problemi, perché ci sente e può parlare, però bisogna comunque rendersi conto che non ci vede e quindi sarà bene dirgli chi siamo appena arriviamo o che in quel momento ci siamo allonati per prendere una cosa, perché altrimenti lo potremmo mettere in difficoltà nel primo caso e lo faremo parlare col niente nel secondo.

Tecnico: perché spesso non si è preparati, non si hanno abbastanza conoscenze sui vari mezzi comunicativi da utilizzare in presenza di deficit sensoriali o di ostacoli comunicativi (come il parlare lingue diverse) o sulle modalità che possono aiutarci in base al diverso deficit.

La difficoltà della persona con disabilità

Anche in questo caso si riscontrano sia difficoltà psicologiche che tecniche.

Psicologiche: può succedere che i portatori di alcune disabilità sensoriali nutrano aspettative negative nei confronti della comunicazione, al di fuori delle persone che conoscono bene, poiché hanno già vissuto varie volte la frustrazione di non essere ben compresi o di ritrovarsi in una comunicazione difficile da sostenere.

Queste aspettative negative possono portare la persona con disabilità a limitare le interazioni coi suoi interlocutori per diminuire l’esposizione alla frustrazione.

Tecniche: non sempre le persone che sviluppano una disabilità, soprattutto se in età adulta, vengono istruite sull’utilizzo di mezzi efficaci di comunicazione alternativa e aumentativa. La mancanza di tali strumenti può limitare fortemente la disponibilità comunicativa.

I 10 accorgimenti per migliorare la comunicazione in presenza di disabilità

Di seguito ho inserito 10 accorgimenti utili per comunicare efficacemente in presenza di una persona con disabilità.

  1. La persona con disabilità è principalmente una persona.

    Ciò significa che ha degli interessi, dei gusti personali, delle conoscenze, possiede vari contenuti su cui argomentare.

  2. Non fermiamoci ad osservare i suoi deficit, ciò che non può fare, ciò che gli manca, quello che non dobbiamo dire, ma valutiamo le sue risorse, che sono tante, e basiamoci su quelle.

    La persona cieca non vedrà il nostro volto, ma potrà ascoltare la nostra voce, sentire con le mani il nostro viso, passeggiare, nuotare e fare tante altre cose che possiamo anche sperimentare insieme.

  3. Rapportiamoci con lui e parliamo con lui come con qualsiasi altra persona di quell’età.

    A volte, il fatto che la persona abbia un disabilità ci influenza a trattarla come fosse un bambino, soprattutto se è anziano.

  4. Evitiamo di sostituirci all’altro, di vicariarlo.

    Se la persona fa fatica a parlare non rispondiamo al suo posto, ma troviamo un modo perché possa esprimersi. Esistono in commercio vari manuali di comunicazione specifici dove attraverso l’utilizzo di simboli, disegni, parole scritte si può comunicare più facilmente in presenza di deficit sensoriali. Esistono anche corsi professionali per apprendere l’uso di comunicazioni specifiche come la L.I.S. (Lingua Italiana dei Segni).

  5. Parliamo direttamente con la persona disabile non rivolgiamoci al famigliare che è con lui.

    Anche se ci sono problemi mentali, è sempre importante interagire direttamente col nostro interlocutore. Semmai possiamo farci aiutare dal suo accompagnatore per dialogare meglio e ottimizzare il nostro messaggio.

  6. Nell’interagire con la persona disabile teniamo in considerazione il suo deficit ma non trattiamolo da disabile.

    Per esempio, se la persona è paraplegica e vogliamo andare a fare una percorso insieme, non decidiamo noi per lei le strade e i luoghi più consoni ma valutiamole insieme. Se spingiamo la carrozzina chiediamole il feedback (troppo veloce, troppo lento, ecc.) comportandoci come se avessimo una persona seduta e non un “ammalato da proteggere e accudire”.

  7. Valutare i deficit solo per comprendere cosa poter fare e dire o non fare e non dire.

    Se la persona è muta è ovvio che non le chiederemo di cantare, ma se ha problemi nell’espressione linguistica può comunque cantare a modo suo. Se è sorda possiamo chiederle se sente le vibrazioni dei suoni e quindi ha piacere ad andare ad un concerto in piazza dove può stare insieme a tante altre persone.

  8. Evitare di provare pena per le persone disabili.

    Avere una disabilità non significa essere totalmente inabili o inetti. A volte è molto più inabile una persona gretta piuttosto che una persona paraplegica che può lavorare, guidare, farsi una famiglia e, soprattutto, essere di vedute aperte. In realtà, se pensiamo a tutte le volte che ci siamo lamentati per qualcosa (troppo stress, piccoli acciacchi, pressione troppo alta o troppo bassa, mal di stomaco, emicrania) limitando i nostri comportamenti o le nostre scelte mentre dall’altra parte vediamo persone non vedenti, paraplegiche o senza un arto andare alle paraolimpiadi, mi chiedo chi sia davvero l’individuo più limitato!

  9. In presenza di diverse persone, evitare comportamenti selettivi che dimostrino differenze palesi di trattamento.

    Se non sappiamo come comportarci utilizziamo una fra le regole più importanti della comunicazione che è quella di chiedere quando abbiamo un dubbio. Può succedere di trovarsi davanti a due bambini, per esempio, di cui uno ha una disabilità evidente, e nell’imbarazzo di comunicare in modo diverso interloquendo maggiormente con uno rispetto che con l’altro o utilizzando un non verbale* fortemente differente. Se per un attimo pensiamo a tutti gli accorgimenti precedentemente scritti in questo articolo, sapremo subito come evitare questo comportamento.

  10. Utilizziamo una comunicazione empatica

    Significa che quando parliamo con una persona con disabilità, come con qualsiasi altra del resto, dobbiamo cercare di metterci nei suoi panni per capire il modo migliore di interloquire. Se mi metto nei panni di una persona paraplegica, per esempio, mi rendo conto che parlargli senza mettermi seduto lo costringe non solo a tenere il volto in alto per lungo tempo, ma anche a viversi uno squilibrio fisico e psicologico perché si rapporta in primo luogo con la pancia o il petto del suo interlocutore.

Per comunicazione non verbale si intendono tutti i gesti, le espressioni del viso, le variazioni vocali (ritmo con cui si parla, tono della voce, cadenze vocali, ecc). Fanno parte della comunicazione non verbale anche la prossemica (distanza con l’interlocutore e posizioni del corpo assunte in merito), l’abbigliamento e quanto altro non sia la parola utilizzata che invece riguarda la comunicazione verbale.

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Dott.ssa LAURA PEDRINELLI CARRARA
Psicologa, Psicoterapeuta, Ipnotista Ericksoniana
Studio in Via Marche, 71 a Senigallia
Cell. 347/9471337
www.laurapedrinellicarrara.it

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